Presentazione di Cristina Acidini
La scelta di una mostra monografica su Pietro Benvenuti per aprire la V edizione di “Un anno ad Arte” non poteva essere migliore: e i partner del programma, come di consueto l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze presieduto da Edoardo Speranza, e Firenze Musei, hanno contribuito con un impulso di fondamentale importanza a mettere in moto l’iniziativa e a renderla possibile, poggiando sulla conoscenza approfondita del pittore e del periodo che hanno garantito in prima battuta i curatori Liletta Fornasari e Carlo Sisi. Appassionati fin da subito al progetto, i direttori della mostra Annamaria Giusti e Stefano Casciu – con il personale di tutti i livelli del Polo Museale – hanno assicurato una competente e partecipe ospitalità alla mostra, esaltando una delle sue caratteristiche positive che non mi limito ad apprezzare ma che, oso affermare, preferisco ad altre: il coinvolgimento paritetico delle due Gallerie di Pitti, Palatina e Moderna, che accogliendo contemporaneamente la medesima mostra rinsaldano una collaborazione che è scientifica e organizzativa al tempo stesso, contribuendo alla percezione dell’unità di Pitti quale reggia non solo medicea ma anche lorenese e brevemente napoleonica, granducale ma anche imperiale.
Nella cornice più appropriata, dunque, va a inserirsi il nostro Pietro. Ed ecco, con lui, presentarsi una figura dalla statura artistica elevatissima e dalla biografia istruttiva, addirittura esemplare. Le splendide opere pittoriche e gli sceltissimi disegni in mostra parlano “da soli” come si usa dire, e ulteriori opportunità di contestualizzazione e di approfondimento si trovano negli apparati e nel bel catalogo edito da Sillabe. Tra i sitter dei suoi ritratti vediamo i sovrani Lorena (prima e dopo la lunga parentesi francese) e i Napoleonidi, le famiglie nobili e l’alta borghesia; nel suo repertorio le evocazioni mitologiche e storiche coesistono con i soggetti sacri, e volentieri ricordo nell’occasione Benvenuti come autore – in questo, da riscoprire per il grande pubblico – della volta della Cappella dei Principi in San Lorenzo, la conclusione verso l’alto della titanica impresa iniziata dai Medici del Cinquecento e, sostanzialmente, non ancora terminata.
La qualità straordinaria dei numerosi prestiti, che si aggiungono ai dipinti del Benvenuti già presenti nel patrimonio delle Gallerie fiorentine, consente di dispiegare ai visitatori, negli ambienti d’eccellenza delle Sale del Fiorino, della Musica, Bianca e in altri ancora, la carriera straordinaria di un artista formatosi nel grande insegnamento accademico, attivamente immerso nell’estetica neoclassica anche grazie a contatti con i massimi artisti dell’epoca, pronto a captare e a far propria la successiva insorgenza del romanticismo storicistico e specificamente troubadour.
Un pittore, dunque, per tutte le stagioni? Certo gli artisti che attraversarono, a Firenze come nel resto d’Italia e d’Europa, l’avvicendamento di regimi convulso e senza precedenti che ebbe luogo dalla Rivoluzione Francese alla Restaurazione, non poterono sottrarsi a un pronto adeguamento alle committenze e alla voghe culturali via via vigenti: e tanto vale per Benvenuti, testimone e anzi partecipe di mutamenti epocali di persone e mode. Il giudizio sull’artista riverbera sull’uomo e viceversa, in una intrigante reciprocità che richiede, in questo caso come non mai, una profonda e sensibile conoscenza del mutevole contesto storico-politico.
Ma a me piace, lasciando agli esperti e soprattutto al pubblico valutazioni di vario ordine, concludere ricordando dove e come cominciò l’avventura biografica di Pietro Benvenuti: nella tranquilla Arezzo del 1679, quarto anno di regno di Pietro Leopoldo di Lorena, suo anno di nascita dalla modesta coppia formata dal calzolaio Bartolomeo e da Teresa Mori. Poche o punte sarebbero state le possibilità del figlio del calzolaio di diventare “pittore imperiale”, se non avesse trovato chi lo aiutò con incoraggiamenti, insegnamenti, borse di studio che il giovane seppe mettere a frutto grazie al grande talento e alla strenua volontà. Perfino la presenza ad Arezzo, allora, di un capolavoro folgorante quale la Madonna del Popolo di Federico Barocci, del 1574, poté svolgere un ruolo ispiratore e maieutico nei confronti del giovane apprendista, come la grande arte del nostro splendido passato continua a fare nei confronti di chi vi si accosta con apertura d’intelligenza e di cuore. È dunque la biografia del Benvenuti, si dirà, una storia tanto edificante in senso “pre-deamicisiano” quanto lontana dai nostri tempi disincantati se non cinici? Forse. Ma anche noi che amiamo ascoltare, circolanti per tramiti politici, canori o comunque mediatici slogan di facile presa – da “uno su mille ce la fa” a “yes, we can” –, anche noi abbiamo bisogno di speranza per i nostri giovani, e di belle storie da imparare e da raccontare. E quella di Pietro Benvenuti, per molti versi, lo è.

Cristina Acidini
Soprintendente per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze