Nella migliore delle strategie espositive possibili, sono le collezioni stesse di un museo a ispirare i progetti per le mostre, che poi si sostanziano anche di prestiti di provenienza nazionale e internazionale, scelti e organizzati sulla base di un valido “discorso” critico. Ed è appunto in questi termini che, ancora una volta, il Museo Nazionale del Bargello ha proceduto sotto la guida di Beatrice Paolozzi Strozzi – con Maria Grazia Vaccari e Dimitrios Zikos –, nel preparare questa mostra intensa e raffinata, che nella tappa fiorentina ruota intorno a un cardine d’eccezione, la Costanza Bonarelli di Gian Lorenzo Bernini.

Per l’edizione 2009 di “Un anno ad arte”, come già in passato co-prodotto dal Polo Museale Fiorentino con l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze – e ne sono grata al presidente Edoardo Speranza che lo decise con tutto il consiglio, nonché al nuovo presidente Michele Gremigni – e da Firenze Musei, che ringrazio per il supporto operativo e organizzativo, il Museo Nazionale del Bargello ha messo a disposizione una mostra di taglio internazionale, che si era venuta delineando d’intesa con i responsabili del Museo Getty di Los Angeles e della National Gallery of Canada a Ottawa: un progetto ambizioso e irto di criticità, non ultimo l’embargo ai prestiti agli istituti del gruppo J. Paul Getty nel 2006-2007, che è stato fortunatamente revocato a fronte dell’atteggiamento conciliativo della nuova direzione del Museo e ha reso possibile, anzi ha incoraggiato per corroborare il nuovo clima di distensione, un prestito davvero fuori dell’ordinario come il busto marmoreo della Costanza, più volte chiesto in prestito da altri organizzatori di mostre in passato, e di rado ottenuto.

Accolti da quella, come da un’amabile padrona di casa un po’ sorpresa, sono giunti altri “marmi vivi” e ritratti dipinti, in un’evocazione della ritrattistica barocca mai vista prima d’ora non solo a Firenze, ma neppure a Roma. Con quel busto femminile e con il resto della mostra – che annovera tra i prestiti “eccellenti” altri ritratti berniniani, di scultori come Finelli e Algardi e di pittori come Carracci, Cortona, Rubens, Van Dyck, Velázquez, Vouet – si entra in contatto con un momento particolarissimo nell’arte del XVII secolo, allorché l’effigie muta il proprio antico ruolo di tramando memoriale e mònito morale: e abbandonata, per così dire, la fissità solenne e atemporale di chi consegna i propri tratti all’ammirazione sempiterna dei posteri, diviene testimonianza palpitante di una carne mossa dal respiro, di un sangue agitato dalle passioni.

È forse qui l’origine dell’istantanea, quel fotogramma speciale che fissa per sempre la mutevole geografia dei lineamenti di un volto, che rende perenne un’espressione fugace, che blocca in un’immagine la postura di un corpo colto nella sua spontaneità indifesa? Difficile, o addiritura impossibile dirlo, anche volendo convocare specialisti d’arte così come di fotografia: troppi sarebbero, di certo, i distinguo e le perplessità, per giungere a una risposta sia pur provvisoria. Ma certo le chiome scomposte della giovane amante del Bernini, le labbra schiuse, la camicia aperta e scostata a rivelare o a ricordare una tiepida intimità carnale – ed è solo un esempio, anche se per noi il più caro, di altissima ritrattistica barocca – ci raggiungono attraverso i secoli e ci parlano un linguaggio che ancora intendiamo, che è ancora il nostro.

Cristina Acidini
Soprintendente per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico
e per il Polo Museale della città di Firenze