Nella prima metà del Seicento, Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) rinnovò radicalmente l’idea stessa di busto ritratto. Concepito nel Cinquecento soprattutto come ‘state-portrait’ con una forte connotazione ufficiale, il ritratto scolpito conobbe una straordinaria diffusione nella Roma della prima metà del Seicento, tramandandoci così le fattezze non solo di pontefici, cardinali e aristocratici, ma anche di avvocati, scienziati, scrittori e di non poche figure femminili. Nel giro di poco più di vent’anni - dalla metà del secondo decennio del secolo e la fine degli anni trenta - si passò così da immagini severe e compassate, di carattere ancora schiettamente manierista, a figure che se pure scolpite nel marmo, sembrano però respirare, vivere e addirittura ‘colloquiare’ con lo spettatore. Con il busto di Costanza Bonarelli, il Bargello possiede la testimonianza più emozionante e più celebre di questo momento capitale della ritrattistica scultorea: alla quale, nonostante l’attuale, crescente interesse nei confronti del Bernini e della civiltà figurativa barocca, non era stata finora dedicata in Italia nessuna rassegna espositiva specifica.
Alcuni di questi busti sono stati riuniti in America lo scorso anno, in occasione della mostra Bernini and the Birth of Baroque Portrait Sculpture, organizzata congiuntamente dal J.Paul Getty Musem di Los Angeles e dalla National Gallery of Canada di Ottawa, e questo ha dato lo spunto per un’edizione italiana di questo evento, sebbene più puntulamente focalizzata sui ritratti giovanili del Bernini, databili entro il 1640.
La mostra, che si terrà dunque al Bargello – che ha eccezionalmente prestato Costanza Bonarelli alle rassegne americane – è promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali con la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, dal Museo Nazionale del Bargello, da “Firenze Musei” e dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, con la cura di Beatrice Paolozzi Strozzi, direttore del Museo, e di Andrea Bacchi, Tomaso Montanari e Dimitrios Zikos.
Rispetto alla mostra che si è tenuta a Los Angeles (agosto-ottobre 2008) e ad Ottawa (novembre 2008 – marzo 2009) per l’esposizione fiorentina sono state operate scelte mirate e alcune significative aggiunte. Se infatti per il pubblico americano è stato necessario fornire un quadro di contesto molto ampio, attraverso numerosi dipinti e disegni, in Italia, dove alla stagione barocca sono state dedicate negli ultimi anni molte ed importanti rassegne, monografiche e non (recentissima la mostra romana su Bernini pittore), si è pensato di concentrare l’attenzione sui ritratti scolpiti, accompagnandoli con un nucleo sceltissimo di dipinti, di grande forza evocativa: tutte opere dei massimi pittori contemporanei a cui Gian Lorenzo ha soprattutto guardato (Rubens, Annibale Carracci, Anthony van Dyck, Diego Velazquez, Simon Vouet, Valentin de Boulogne…), a diretto confronto anche con alcuni dipinti del Bernini stesso.
Come già detto, la mostra fiorentina intende mettere in luce, all’interno della lunghissima parabola artistica berniniana, la fase più significativa per quanto riguarda la produzione ritrattistica, ovvero gli anni giovanili, fino alla fine del quarto decennio: l’arco di tempo in cui, tra l’altro, al magistero berniniano si affianca quello, per molti aspetti ancora misconosciuto, di Giuliano Finelli, allievo ed ‘aiuto’ di Gian Lorenzo, presente in mostra con alcuni dei suoi più superbi ritratti. Sarà così attentamente analizzato proprio il momento fondante della fortuna del ritratto scolpito nella civiltà del Seicento.
La mostra si articolerà in due sezioni, corrispondenti alle due sale del Museo Nazionale del Bargello che ospiteranno l’esposizione.
Sala I
Bernini ritrattista: l’esordio e l’ascesa
Farà da introduzione lo splendido, celebre Ritratto di Monsignor Agucchi, di Annibale Carracci (per altri, del Domenichino), proveniente dal Museo di York e in qualche misura antesignano del “ritratto parlante” sia in pittura che in scultura, datandosi al primo decennio del Seicento.
Si entrerà poi nel vivo della mostra con un nucleo eccezionale di busti scolpiti da Bernini nel corso degli anni venti, alla cui eloquenza psicologica farà da introduzione il busto di Antonio Coppola (c. 1612 Roma, San Giovanni dei Fiorentini) tra le prime prove dello scultore nel genere del ritratto, ancora in parte legato alla tradizione cinquecentesca, che appare già superata nei ritratti di poco posteriori, di Antonio Cepparelli (Roma, San Giovanni dei Fiorentini), del Cardinale Escoubleau de Sourdis (Bordeaux, Musée d’Aquitaine) e del Cardinale Alessandro Damasceni Peretti Montalto (Hamburg, Kunsthalle). Da qui prende vita un nuovo tipo di ritratto scultoreo, in grado non solo di restituire fedelmente le fisionomie dei vari personaggi, ma anche di catturarne l’individualità psicologica e di trasmetterne in modo del tutto nuovo la vitalità. Attorno alla committenza dei Barberini e ai loro numerosi ritratti di famiglia si svolge per altro la rapida, crescente fortuna del giovane scultore, definitivamente sancìta dall’ascesa al soglio pontificio del Cardinal Maffeo col nome di Urbano VIII (1623). Di lui sono presenti in mostra più ritratti berniniani, declinati sia in scultura (marmo, bronzo, porfido) che in pittura. Sarà poi per la prima volta possibile il diretto confronto tra il busto scolpito di Virgino Cesarini (Roma, Musei Capitolini) e il suo splendido ritratto dipinto da van Dyck (San Pietroburgo, Ermitage). Giocheranno qui – ma anche nella sala successiva - un ruolo notevole alcuni ritratti giovanili di Giuliano Finelli (1601-1653), lo scultore d’origine carrarese già ricordato, che fu assistente del Bernini e poi suo maggiore rivale proprio nel genere della ritrattistica, tra il terzo e il quarto decennio del secolo. Alla figura di Finelli, grazie anche alla possibilità del tutto eccezionale di avere in mostra il suo capolavoro - il busto di Michelangelo Buonarroti il giovane (Firenze, Casa Buonarroti) - sarà quindi dato ampio rilievo, con i ritratti di Maria Barberini Duglioli, Parigi, Louvre; di Francesco Bracciolini, Londra, Victoria & Albert Museum; del cardinale Scipione Borghese, New York, Metropolitan Museum.
Sala II
I “ritratti parlanti” (1630-1640)
Un celebre Ritratto di giovane (dal Musée Réattu di Arles) – già ritenuto un Autoritratto – del pittore franecese Simon Vouet, attivo a Roma dal 1613 e ammiratissimo per le sue “teste di carattere”, introduce la sala dedicata ai cosidetti “ritratti parlanti”.
Altri busti marmorei di Giuliano Finelli – che saranno per molti una rivelazione - dimostrano il ruolo centrale che questo scultore ebbe nell’evoluzione del busto-ritratto nel corso degli anni trenta e quaranta, cioè al tempo in cui l’attenzione di Bernini sarà rivolta ai grandi cantieri del pontificato barberiniano, particolarmente in San Pietro. Non a caso, caratteri derivati dalle opere del Finelli si leggono anche nelle prime prove ritrattistiche di Alessandro Algardi, come esemplato in mostra dal Busto di gentiluomo (Berlino, Bode-Museum), uno dei più famosi ritratti scolpiti di tutto il secolo. La mostra culminerà con le testimonianze più spettacolari di quella che Rudolf Wittkower ha definito la speaking likeness, la somiglianza parlante: Scipione Borghese (Roma, Galleria Borghese) e Costanza Bonarelli (Firenze, Museo Nazionale del Bargello) – capolavori assoluti della ritrattistica berniniana - saranno accompagnati da eccezionali testimonianze pittoriche: come il ritratto di Isabella Brant del Rubens (Firenze, Uffizi), i ritratti del Cardinale Guido Bentivoglio (Firenze, Galleria Palatina) e quello dei Fratelli de Wael (Roma, Pinacoteca Capitolina), del van Dyck; il ritratto di ignoto Gentiluomo (Monaco, Alte Pinakothek) e quello del duca Francesco I d’Este (Modena, Galleria Estense), di Velàzquez. Ovvero, alcuni di quegli straordinari precedenti pittorici sui quali Gian Lorenzo pare aver meditato tanto da catturarne lo spirito, la “prontezza” e il moto, trasferendoli – ma senza ‘imprigionarli’ – nel marmo.