Presentazione di Cristina Acidini

Una mostra come questa non potrà che sorprendere e coinvolgere il grande pubblico internazionale della Galleria degli Uffizi, per la novità dell’argomento, che traspone su un piano di intelligentissima divulgazione i risultati di studi specialistici ormai ben radicati ed esemplificati, in cui si sono distinte personalità – per restare a Firenze – come Mina Gregori, Silvia Meloni, Marco Chiarini, Ettore Spalletti con un largo e valido seguito di studiosi e ricercatori. E sono grata ai curatori Riccardo Spinelli e Carlo Sisi, primi garanti della qualità della rassegna di opere d’arte e della completezza delle istanze artistiche e culturali ivi rappresentate, per aver coordinato così sapientemente i diversi contributi, d’intesa con il direttore della Galleria Antonio Natali e la curatrice del dipartimento ospitante, Valentina Conticelli.

All’Ente Cassa di Risparmio di Firenze va il mio ringraziamento per aver accolto la mostra nel programma “Un Anno ad Arte” 2009, in cui è partner del Polo Museale Fiorentino, avviato sotto la presidenza di Edoardo Speranza e ora portato avanti, con pari dedizione e vicinanza, dall’attuale presidente Michele Gremigni. E parimenti a “Firenze Musei”, struttura operativa di collaudata esperienza nell’organizzazione di eventi espositivi nei musei del Polo, all’interno del consueto rapporto concessorio.

Il Settecento a Firenze: un secolo speciale nelle arti, e non soltanto. Fu il secolo della discontinuità politica, allorché la dinastia dei Medici si estinse, dopo due secoli di governo della Toscana da duchi e da granduchi (preceduti da un secolo di effettivo predominio cittadino) e subentrarono dalla Lorena i sovrani d’Oltralpe, poi imperatori sul trono degli Asburgo. Il secolo entro il quale, dal Barocco maturo e fastoso degli ultimi Medici – il cui apprezzamento è ormai una consolidata conquista critica – si attuò una conversione di valori e di linguaggi che, alla vigilia del dominio napoleonico, predisponeva all’accoglienza del Neoclassicismo. A scorrer le immagini della raffinata e mirata selezione di opere individuate dai curatori (e generosamente prestate dai tanti proprietari), si percepisce immediatamente la pluralità dei modelli e degli accenti: il filone devoto intriso di pietismo (quanti Transiti!), il livello altissimo della statuaria anche nella dimensione contenuta del bronzetto, il sentimento sempreverde dell’Antico, la criptica bizzarria dei più eccentrici, la novità tecnico-imprenditoriale della porcellana Ginori a Doccia, la continuazione dell’arte principesca degli arazzi nella Manifattura di fondazione medicea, il vedutismo che corrisponde, sullo scadere del secolo, alla fierezza diffusa anche nelle altre capitali italiane delle arti, per la gloria e la bellezza delle città e delle campagne modellate da una Storia plurisecolare.

E tuttavia, a fronte di rivolgimenti politici così profondi e decisivi, quel che prevale è il senso di una continuità senza strappi, solida tanto da saper accogliere e sostenere i mutamenti poggiando sull’espressione di un’identità, che niente pareva potesse mettere in discussione. Se il mutamento dinastico e il lungo periodo di governo fievole, incerto, lontano non dispersero né mortificarono gli ingegni fiorentini, meriti ingenti vanno riconosciuto alla “tenuta” di un tessuto civile e religioso, entro il quale la committenza d’arte si era imposta come buona pratica doverosa e ineludibile. Le grandi famiglie, insieme con gli ordini (finché non furono scossi e dimidiati dalle soppressioni), mantennero vive le tradizioni invalse sotto i Medici addirittura potenziando l’antica arte della pittura murale, strumento di apoteosi familiari a carattere storico-celebrativo, manifesto di istanze organizzate ed espresse nel linguaggio dell’allegoria, che mettevano in figura il prevalere dei principi positivi su quelli negativi, il trionfo della Verità sulla Menzogna, del Bene sul Male. E come le famiglie nobili, antiche e recenti, seppero mantenersi depositarie e promotrici dei valori che i Medici avevano privilegiato, così li trasmisero continuando ad attuarli le grandi istituzioni a carattere artistico: l’Accademia delle Arti del Disegno fondata sotto Cosimo I nel 1563, la “Galleria dei Lavori” (futuro Opificio delle Pietre Dure sotto i Lorena della Restaurazione) stabilmente ordinata fin dal 1588, la più giovane Accademia di Belle Arti fondata nel 1775, lo stesso anno della Specola.

Tutto questo e molto altro trova spazio nella mostra, che nella dimensione della sequenza di stanze imposta – ma volentieri accettata – dalla struttura degli Uffizi, si articola in nuclei tematici e cronologici di persuasiva efficacia. All’editore Giunti il merito del bel catalogo, dedicato a pittori e scultori in gran parte da scoprire, certo assai meno noti dei “mostri sacri” del Rinascimento sui quali tende a insistere chi mira esclusivamente a risultati sicuri: bilancio agile e intelligente degli studi già compiuti e in atto, sarà una pietra miliare per quelli futuri, che non mancheranno di prendere nuovo slancio da questa rassegna d’eccellenza.

Cristina Acidini
Soprintendente per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze